A Darwin ciò che è di Darwin

Benedetta CappelliniRassegna Stampa

Non c’è da sorprendersi se, nel doppio giubileo di Charles Darwin (duecento anni dalla nascita e centocinquanta dalla pubblicazione dell’Origine delle specie, l’opera più famosa), l’intellighentsia laicista torna a intonare vecchi ritornelli come quello secondo cui la teoria dell’evoluzione avrebbe sancito la non esistenza di Dio e dunque la sconfitta della Chiesa cattolica, dimenticando però che quest’ultima non ha mai messo all’indice tale teoria – basterebbe ricordare parole di Giovanni Paolo II nel 1996 –, anzi ne segue lo sviluppo con attenzione sotto l’aspetto scientifico. Un’apertura confermata da Gennaro Auletta, docente di Filosofia delle Scienze alla Pontificia Università Gregoriana, direttore scientifico del progetto Stoq (Scienza teologia e ricerca ontologica) e vicedirettore del convegno appena conclusosi a Roma “L’evoluzione biologica: fatti e teorie”, organizzato dalla Gregoriana in collaborazione con l’americana University of Notre Dame e patrocinato dal Pontificio Consiglio della Cultura presieduto da monsignor Gianfranco Ravasi. «La presa di posizione dell’intellighentsia non credente non è una novità», dice Auletta a Tempi. «Già nel gennaio del 2005 Le nouvel observateur, prestigiosa rivista francese, dedicò un numero intero al darwinismo, in cui nomi di spicco affermavano appunto che il fatto dell’evoluzione dimostrerebbe la non esistenza di Dio. Ma dire che su un piano scientifico esistono dimostrazioni di questa o quella tesi (affermazione ricorrente nella stampa quotidiana) non è corretto, poiché scientificamente si può dimostrare davvero un numero molto limitato di verità. Persino nella matematica, regina delle scienze dimostrative, la gran parte delle verità non è soggetta a dimostrazione. La scienza formula ipotesi che vengono poi riviste nel tempo. La teoria di Newton, ad esempio, che ha permesso previsioni straordinarie (come l’individuazione, in base a puri calcoli matematici, del pianeta Nettuno) all’inizio del Novecento è stata relativizzata – mi scusi il gioco di parole – dalla teoria della relatività. Affermare che scientificamente è stato dimostrato che Dio non esiste è una barzelletta, soprattutto considerando la diversità dipiani tra una teoria biologica e una questione metafisico-teologica».

Non pare molto “scientifico” nemmeno prendere per verità appurate certe frasi tratte dall’autobiografia di Darwin, come l’idea secondo cui l’educazione religiosa inculcata ai bambini equivarrebbe al terrore che le scimmie hanno dei serpenti…

Qualsiasi uomo di scienza arriva alle sue teorie dopo un lungo e sofferto percorso di rielaborazione e ripensamento. Keplero, prima di giungere alla formulazione delle tre leggi che regolano il moto planetario, è passato attraverso anni di speculazioni di vario tipo. Prendere come vangelo ciò che uno scienziato scrive in lettere personali, diari, appunti, senza ricostruire i passaggi per giungere al risultato finale, ossia senza contestualizzare tali affermazioni, crea confusione, una mescolanza tra ciò che compete al pensiero scientifico di un autore e ciò che è opinione, sia pur rispettabile, ma personale. Una confusione che non serve a nessuno.

Cosa è emerso dal convegno di Roma?
Che la teoria dell’evoluzione è essa stessa in evoluzione. Siamo infatti passati dalla visione classica darwiniana di continuità a una visione molto più incentrata su quelli che vengono chiamati salti. È stato illustrato il ruolo giocato nell’evoluzione da fattori legati allo sviluppo (detti tecnicamente aspetti epigenetici), in antitesi con la teoria neodarwiniana del ventesimo secolo, che fondendo il darwinismo con la genetica pensava che i geni mutassero spontaneamente e l’organismo fosse definito in modo diretto e deterministico dalla stessa codificazione genetica. Oggi la nostra idea è diversa: i geni codificatori danno origine a una cascata di processi su altri geni, chiamati geni regolatori, che determinano, attraverso relazioni molto complesse, la conformazione globale dell’organismo, ed è questa che, in modo dinamico, è in gioco nei processi evolutivi. Nella vecchia visione, ormai superata, ma ancora sostenuta da alcuni, si afferma invece che l’organismo è un sacco, una vescica dentro la quale vi sono dei geni, snaturando così l’unitarietà dello stesso. Altra questione fondamentale è la complessità.
Studiosi come Stuart Kaufman negli anni Ottanta e Novanta hanno evidenziato che l’organismo non è soltanto un’accozzaglia di elementi casuali, ma una conformazione di strutture complesse e interdipendenti. Sono state individuate insomma prospettive che consentono di affrontare l’evoluzione in termini nuovi dal punto di vista teologico e filosofico.

Che rapporto c’è tra l’intelligenza dell’uomo e l’evoluzione?
L’evoluzione ha creato, in un modo che noi non siamo ancora in grado di capire perfettamente, l’essere umano, fondamentalmente diverso da tutti gli altri esseri viventi poiché non usa segni, come per esempio fanno gli animali, ma usa simboli come il linguaggio. La straordinarietà dei simboli sta nel fatto che permettono di trattare questioni prive di riscontro percettivo o esperienziale immediato come Dio, la bellezza, l’anima, l’arte, la verità, la filosofia, la scienza. È proprio l’evoluzione che ha creato le condizioni perché l’intelligenza emergesse. Dal momento che gli organismi si confrontano con situazioni ambientali diverse e variabili, avere accesso a più informazioni sull’ambiente, confrontarle, integrarle meglio, è un
fatto adattativo. L’intelligenza è la prosecuzione, su un altro piano e con altri mezzi, della stessa cosa. L’homo sapiens, circa duecentomila anni fa, possedeva le stesse caratteristiche cerebrali che abbiamo noi oggi, anche se non componeva sinfonie e non elaborava teorie scientifiche. L’intelligenza umana quindi ha questo di grandioso: la capacità, tipica dell’essere umano, di individuare ordini di cose che non sono immediatamente esperibili. Un animale intelligente come lo scimpanzé si limita ad osservare un comportamento, mentre l’essere umano elabora un pensiero, cerca di indovinare le intenzioni dei propri simili, crea orizzonti e prodotti culturali. Questo contesto, potenzialmente, va oltre la cultura materiale dei nostri antenati e infatti ha prodotto il mondo come lo conosciamo oggi.

Secondo lei esiste un rapporto fra l’affermarsi della teoria dell’evoluzione e la deriva cui assistiamo in molte questioni di bioetica? Se tutto è affidato al caso, alla legge del più forte, dove andremo a finire?
Non credo che la questione vada posta in questi termini. Si tratta di un problema più ideologico e politico. Voglio essere chiaro: quando esistono degli interessi, anche economici, per sfruttare alcune situazioni, alla fine si strumentalizza ogni cosa. Un esempio. Quando un capo di Stato usa la religione per colpire gli avversari, non è colpa della religione. I discorsi che si fanno oggi e che tendono a mortificare l’essere umano derivano dal fatto che alla grande industria farmaceutica non conviene trattare l’essere umano come unità, come un essere provvisto di un valore proprio, perché ciò lega le mani non alla ricerca, come si sostiene, ma a operazioni di carattere commerciale. Da questo punto di vista la Chiesa può giocare un ruolo molto importante. Lo dico come cattolico che crede nella verità di quanto ha detto papa Benedetto XVI: le due colonne del cattolicesimo sono la fede e la ragione. Perciò la Chiesa è almeno potenzialmente in grado di avere una posizione ferma e argomentata su tali materie delicate. E il modo migliore per farlo in futuro sarà quello di aggiornarci maggiormente sulle questioni scientifiche.